Il Doge
10 04 2008Il Doge era la suprema magistratura della Repubblica di Venezia, istituita sin dal 697 d.C. e durata fino alla caduta della Repubblica, il 12 maggio 1797.
Al doge ci si rivolgeva anche con i titoli di Monsignor el Doxe, Serenissimo Principe o Sua Serenità o con l’originale latino Dux, cioè duca (”comandante” o “generale”).
Dipanatasi per su un periodo storico di mille e cento anni e per un numero di centoventi successori (escludendo le sovrapposizioni di coreggenza nelle epoche più antiche), l’istituto ducale veneziano subì una profonda evoluzione che, dall’accezione militare primitiva, evolse prima rapidamente in forma monarchica e poi, solo in epoca successiva, in magistratura repubblicana.
L’isituzione ducale, a Venezia, ha origini bizantine risalenti alla nomina del primo dux Paolo Lucio Anafesto, nel 697, quale governatore militare della Venezia bizantina per conto dell’Esarca di Ravenna.
Contesa tra il 726 e il 737 tra Veneziani e Bizantini e dopo una breve interruzione a seguito del trasferimento del potere ai Magistri Militum, l’elettività ducale è, a partire dal 742, definitivamente sottratta al controllo imperiale, sancendo l’inizio della monarchia ducale, che dura con alterne vicende sino all’XI secolo; un periodo nel quale l’istituto ducale si modella sulla forma della monarchia bizantina, divenendo a tratti ereditaria e duplicandosi, con l’uso da parte del doge regnante di associarsi al trono il successore designato nella forma di un co-Dux.
Nei primi tre secoli di Venezia vi furono ventotto dogi, di cui quattordici deposti, con accecamento, taglio della barba e dei capelli per sfregio o per forzata tonsura (al modo bizantino), oppure uccisi in rivolte; quattro preferirono abdicare, uno cadde in battaglia e solo nove morirono di morte naturale.
Se la prima stabile forma di coinvolgimento del patriziato nella gestione del potere si era avuta già sin dai primi secoli in ambito giudiziario attraverso l’istituzione della Curia Ducis, a partire dalla prima legge costituzionale della Repubblica del 1032, si avviò un inarrestabile processo di limitazione e sottrazione di potere ducale da parte della nascente aristocrazia mercantile, durato sin quasi alla fine della Repubblica nel XVIII secolo, ma che già nel secolo XIII aveva reso il Doge solamente un sovrano formale. Ecco che naturalmente, soprattutto nei secoli IX-XII, alcuni dogi cercarono di trasformare il potere dogale in ereditario o di fare del doge un principe sopra gli altri nobili, ma ogni tentativo fu rinculcato dall’aristocrazia che rese da ultimo il doge supremo magistrato e primo servitore della Repubblica, anticipando così di secoli la moderna figura del Capo di Stato o forse superando addirittura la concezione moderna:
* 1032 - si proibisce al duca di associarsi un co-reggente e gli si affiancano due consiglieri perché ne controllino l’operato;
* 1143 - si istituisce un Collegio dei Savi con l’incarico di controllarne l’attività di governo del doge;
* 1148 - si istituisce la Promissione Ducale, giuramento di fedeltà del doge;
* 1172 - l’elezione ducale è affidata a 11 elettori;
* 1175 - si aumentano a sei i consiglieri ducali a formare il Consiglio Ducale;
* 1178 - Si stabilisce che degli undici elettori ducali ne siano d’ora in poi tratti quattro, col compito di nominarne altri quaranta, ai quali affidare l’elezione definitiva;
* 1268 - si riforma definitivamente l’elezione ducale con un complesso sistema di nomine e ballottaggi (spiegata di seguito) e si istituisce un collegio di Promissori incaricati di redigere una formula del giuramento personalizzata per ciasun doge (in modo da cucirgli su misura il giuramento e contrastare più in specifico gli interessi di ciascun principe) e di verificarne il rispetto;
* 1275 - si proibisce al doge e ai figli di sposare principesse straniere;
* 1339 - si proibisce l’abdicazione ducale;
* 1342 - si proibisce al doge e alla dogaressa di svolgere attività commerciali;
* 1343 - si escludono i figli del doge da tutte le magistrature dello Stato;
* 1367 - si proibisce al doge di possedere terre al di fuori del dogado;
* 1391 - il Senato avoca a sé la nomina dei vescovi nel territorio della Repubblica;
* 1400 - si stabilisce che gli Avogadori de Comun possano portare in giudizio il Doge, sia per atti pubblici che privati;
* 1501 - si istituiscono gli Inquisitori del Doge defunto, per vagliare dopo la morte l’operato condotto dal principe.
Anche la titolatura ducale variò nel tempo: dall’originale humilis Dux provinciæ Veneciarum divina gratia Venetiæ Dux (umile duca della provincia di Venezia per grazia divina Duca di Venezia), l’espansione dei domini adriatici portò gli imperatori bizantini a riconoscere prima, nel 1004, il titolo di Dux Venetiæ et Dalmatiæ, Dux Veneticorum et Dalmatianorum (Duca di Venezia e Dalmazia, Duca dei Veneti e dei Dalmati) e quindi, nel 1085, quello di Dux Venetiæ Dalmatiæ Chroatiæ (Duca di Venezia, Dalmazia, Croazia). Nel 1148 il Papa riconosceva il doge Dominator Marchiæ (Signore delle Marche) e questi a partire dal 1150 si proclamava anche Totius Istriæ dominator (Signore di tutta l’Istria). Dalla corte di Bisanzio i primi dogi ebbero i titoli onorifici di: Imperialis ipathus, Dux ac spatarius Veneticorum, Imperialis patricius archispatus imperialis protosevastos o protosebaste. Del titolo di spatario rimase il ricordo nello spadone, che veniva portato da un patrizio nel corteo del doge. Tra il 1204 e il 1356 i dogi veneziani si fregiarono anche del titolo aggiuntivo di Dominus quartae partis et dimidiae totius Imperii Romaniae (Signore di un quarto e mezzo dell’Impero di Romà nia). La pace con gli Ungheresi del 1358 portò ad eliminare i riferimenti a Dalmazia e Croazia con un più sobrio Dux Veneticorum et coetera (Duca dei Veneti ed altri), che persistette sino alla fine della Repubblica.
Al termine dell’evoluzione dell’istituzione ducale, così descrivevano i Veneziani il loro doge: In Senatu senator, in foro civis, in habitu princeps (in Senato è senatore, nel foro è cittadino, nell’abito è principe) o, più volgarmente, il segno di Taverna del Veneto Stato, cioè null’altro che una bella insegna.
La leggenda del primo doge
Probabilmente per legittimare la subordinazione del doge alla nobiltà nel tempo si sviluppò una leggenda relativa all’elezione del primo doge, Paoluccio Anafesto, che lo voleva eletto dalle 12 antiche casate veneziane, cioè dai liberi secondo l’eredità lasciata dalla defunta Repubblica Romana, e dal clero. Egli non era dunque un principe, ma un primus inter pares. L’evento si voleva svoltosi nell’antica capitale di Eraclea sotto gli auspici di una conferenza voluta dal Patriarca di Grado. Nella cattedrale si conserva uno splendido mosaico a memoria del luogo in cui si celebrò la nascita di questa figura[citazione necessaria].
I poteri del doge
La carica di doge era ambita per il valore simbolico che donava alle famiglie aristocratiche; lo sfarzo e la pompa che circondavano le cerimonie dogali rendevano la funzione ambita da tutti coloro che aspiravano ad essere qualcosa di più che dei semplici nobili, ma i dogi stessi dovevano contribuire pesantemente al loro mantenimento, ed era quindi una carica molto costosa e di fatto appannaggio della aristocrazia ricca (vi erano infatti anche una aristocrazia povera e una poverissima).
A seconda dei tempi e delle situazioni il doge agiva da condottiero o da supremo notaio. Per cui, tralasciando la grande varietà di situazioni, si può solo dire che sempre all’interno dell’ordinamento politico vi erano una serie di disposizioni che limitavano pesantemente le prerogative del doge e perfino la sua stessa vita quotidiana: la funzione del doge era principalmente quella di rappresentante ufficiale di Venezia nelle cerimonie pubbliche e nelle relazioni diplomatiche con gli altri stati e di mostrarne la regalità pur senza regnare. L’unico potere effettivo che non fu mai sottratto al doge fu quello di poter comandare la flotta e guidare l’armata in tempo di guerra. Per il resto egli si limitava a sedere a capo della Serenissima Signoria e presiedere con essa a tutti i consigli della Repubblica, nei quali però il suo voto non aveva più valore di quello di qualunque altro membro.
La funzione religiosa
Sullo stampo del cesaropapismo dell’impero orientale il doge aveva acquisito sin dalle origini connotazioni religiose. Con l’arrivo però a Venezia nell’828 delle spoglie dell’evangelista Marco e l’edificazione per opera del doge del tempo, Giustiniano Participazio, della basilica di San Marco, cappella palatina e chiesa di Stato, il doge divenne a tutti gli effetti il Capo della Chiesa di San Marco, con prerogative episcopali sulla speciale diocesi nullius dipendente dalla basilica e retta a suo nome da un Primicerio. Lo stesso Clemente V riconosceva al doge prerogative tra le quali vi erano quelle che limitavano il potere pontificio nella nomina dei Vescovi, riducendo la sua scelta ai 3/4 nomi che il doge gli offriva. La questione della duplice natura del potere ducale fu discussa anche durante il Concilio di Trento del 1545-1563, nel quale, riconoscendo che il Doge rappresentava la Chiesa ma non era né un vero e proprio Vescovo, né solamente un Principe, si dovettero modificare le formule conclusive per comprendere affianco ai Vescovi e ai Principi, il Doge di Venezia. Proprio per queste caratteristiche e questa indipendenza dal potere spirituale, continue furono le tensioni con il vescovo di Roma, compresi interdetti papali a tutta Venezia. E continua fu la tensione fra doge e Patriarca di Venezia, il quale rispondeva al Papa se pur dovendo essere originario dei territori veneti per detenere il titolo. Ma fu questa stessa indipendenza religiosa di Venezia e della Repubblica che permise agli spiriti liberi perseguitati di trovare riparo presso di essa, come Giordano Bruno che per ben 12 anni visse a Venezia e non fu consegnato all’inquisizione che poco dopo lo arse a Roma, o come Galileo Galilei, che a Padova poté lavorare alla teoria eliocentrica che dovette abiurare a Pisa e Roma. Alcuni dogi delle origini divennero anche santi.
La vita del Doge dall’elezione alla morte
Il metodo di elezione del doge era studiato per impedire brogli e corporativismi. Si facevano diverse estrazioni multiple di palline (chiamate “baote”) da un’urna. Le palline, metalliche e indistinguibili al tatto, venivano estratte con delle manine di legno, delle specie di pinze, e contenevano il nome del votato. Da queste “baote” deriva la moderna parola ballottaggio. Si facevano inoltre molte estrazioni a cascata, in modo che fosse impossibile (o almeno che occorresse molta fortuna) per corrompere la giuria o fare giuochi di potere per determinare l’eletto. Con un primo ballottaggio veniva sorteggiata una commissione di pochi membri, i quali con un secondo ballottaggio ne eleggevano un’altra più ampia, e poi una più ridotta, e infine una molto più ampia.
La procedura prevedeva che alla morte del doge si riunisse il Maggior Consiglio e che il consigliere più giovane si recasse fuori dal Palazzo e ne portasse all’interno il primo fanciullo tra gli 8 e i 10 anni trovato. Questi doveva trarre a sorte da un’urna i nomi di 30 consiglieri, col limite che non appartenessero alla stessa famiglia e non avessero alcun legame di sangue, dai quali si sarebbero tratti a sorte 9, col compito di nominare 40, ridotti a 12 per ballottaggio. Questi dovevano eleggere 25 membri, da cui estrarre 9 che eleggessero 45 consiglieri, da cui estrarne 11 che nominassero infine i 41 cui sarebbe spettata l’elezione del nuovo doge. L’elezione del doge era poi ratificata dal Maggior Consiglio e il nuovo principe veniva presentato al popolo con la forma Questi xe monsignor el Doxe, se ve piaxe (Questi è il nostro signore il Doge, se vi piace), prima di assistere alla solenne messa in San Marco e all’incoronazione sulla Scala dei Giganti del Palazzo Ducale, dove era pronunciata la promissione.
Da quel momento il doge diveniva di fatto prigioniero della propria condizione, circondato dal fasto regale proprio della sua dignità , ma costantemente controllato e sorvegliato in ogni sua mossa. Non poteva mescolarsi alla popolazione, ma non aveva guardie del corpo; non poteva porre la sua residenza fuori da Palazzo Ducale, dove non poteva esibire i propri stemmi, ad esclusione di uno solo all’interno del suo appartamento. Gli eventuali doni che riceveva da parte dei dignitari in visita andavano al Tesoro di San Marco o all’erario pubblico. Non poteva dare udienza né aprire la propria corrispondenza se non alla presenza di almeno quattro dei suoi consiglieri. Gran parte delle spese dovute al mantenimento del palazzo e della sua carica spettavano a lui personalmente, con il proprio patrimonio, cosicché in pochi potevano effettivamente permettersi l’elezione e molte famiglie si trovavano poi in gravi difficoltà se un congiunto raggiungeva la carica ducale.
Nelle principali cerimonie pubbliche e in special modo nelle grandi processioni ducali i simboli della dignità ducale erano rappresentanti dalla particolare corona, il Corno Ducale, posto al disopra di una cuffia bianca, l’ampio manto in porpora, poi divenuto di broccato d’oro, indossati dal principe, e da tutti i simboli che lo accompagnavano: la spada cerimoniale, il seggio ducale, il grande ombrello parasole, gli otto gonfaloni recanti il leone marciano e le otto trombe d’argento, tutti concessi per privilegio pontificio e per questo ricalcanti in parte lo schema delle cerimonie papali. Aveva a disposizione una ricca nave per le funzioni di Stato, il Bucintoro e con essa partecipava alla più importante cerimonia veneziana lo Sposalizio del Mare, nel quale con un anello gettato tra le acque la città rivendicava il suo indissolubile legame e dominio sull’Adriatico.
Perfino i funerali del doge erano solenni sì, ma privati: lo stato di Venezia non portava alcun lutto per la morte del doge. Si diceva che si è morto il Doge, no la Signoria (se è morto il Doge, non è morta la Signoria). Per amaro contrappasso l’ultimo doge di Venezia, Ludovico Manin, salverà la vita abdicando e consegnando Venezia a Napoleone: alla fine morì la Signoria e non il doge. Si discute ancora se esso fu legale (mancando il consenso del Maggior Consiglio) o se esso fu il passaggio della sola città di Venezia e non di tutto il dogado.
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